Banche, quattro idee coraggiose per riformare il sistema

Sabato, 9 Gennaio, 2016

Dalla svendita degli anni Novanta al Bail-in entrato in vigore oggi, vent'anni di errori (reversibili).Di Armando Siri.

Creazione di un Istituto pubblico, costituzione di un Fondo di garanzia interbancario, maggiori rendimenti per chi acquista titoli italiani e obbligo di scrivere la dicitura "ad alto rischio" per operazioni non tradizionali.Con l'inizio del 2016 é entrato in vigore il bail-in, l'ultimo tassello della grande trasformazione del sistema bancario italiano iniziata alla metà degli anni ’90, con la progressiva privatizzazione di un settore che fino ad allora era per la maggior parte di proprietà pubblica.
Fu Romano Prodi a concludere quel che già i governi precedenti (Amato, Dini e Ciampi) avevano iniziato, ossia la cessione al mercato, sotto la regia di Mediobanca, Lehman Brothers e Goldman Sachs, delle quote che lo Stato deteneva nelle principali banche italiane, dalla COMIT al Credito Italiano, passando per la BNL, poi Cariplo, Banco di Roma e così via. A onor del vero, più che parlare di cessione, si dovrebbe definire "grande svendita" quell'operazione di alta ingegneria finanziaria con la quale, per pochi spiccioli, le principali banche del Paese finirono nelle mani di gruppi privati facendo guadagnare oltre 2200 miliardi di vecchie lire di consulenza agli Istituti soprattutto stranieri che strutturarono le operazioni.
La litania che fece da sfondo a questo assalto alla diligenza fu che il controllo pubblico nelle banche era sinonimo di inefficienza, di mala gestione e di interessi politici, mentre i privati avrebbero assicurato sviluppo, efficenza e trasparenza. Veniva così liquidato sotto al naso degli azionisti (i cittadini), uno dei più importanti patrimoni della nazione tramite  spezzatini, fusioni e acquisizioni. 
Contemporaneamente ci fu una prepotente e ossessiva campagna di discredito verso i titoli di Stato italiani che di fatto provocò lo spostamento dei risparmi verso il mercato azionario e i certificati di deposito delle banche, diventati poi azioni e obbligazioni degli stessi Istituti. Tale liquidità non servì a realizzare nuove strade, nuove scuole o sostenere l'occupazione (ciò che faceva lo Stato con il debito pubblico), ma fu utilizzata per sostenere spericolate operazioni di mercato che hanno poi portato allo storico fallimento proprio della Lehman Brothers, con contraccolpi enormi in tutto il settore del credito mondiale di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Tutto ciò è stato possibile attraverso una delegittimazione sistematica di tutto ciò che era “pubblico", divenuto ormai sinonimo di pericoloso e inaffidabile, mentre le nuove Banche, con le filiali luccicanti e tecnologicamente avanzate, rappresentavano la modernità, l’eccellenza e l’affidabilità. I risultati si sono visti. Coloro che hanno avuto paura di perdere soldi nei titoli di Stato li hanno persi invece a causa del fallimento di quei gruppi finanziari mondiali che promettevano solidità e ricchezza senza rischi. E se non fosse stato per i Tremonti e Monti Bond (prestiti pubblici) e per la rivalutazione delle quote di partecipazione (pubbliche) in Banca d’Italia, probabilmente la lista degli Istituti di Credito sull'orlo del dissesto sarebbe oggi molto lunga. E a guadagnarci di più dal provvidenziale intervento dello Stato non sono state certo le piccole "bancarelle" di provincia, bensì i principali Istituti di credito italiani.
I dati ufficiali parlano chiaro: le banche del nostro territorio sono più sane di quelle grandi e sopratutto di quelle internazionali. Quest’ultime rappresentano il vero cancro del sistema creditizio e finanziario mondiale e hanno utilizzato i risparmi dei cittadini non per sostenere famiglie e piccole imprese, ma per speculazioni ad alto rischio riempendo di "carta" tossica il mercato con operazioni al limite del lecito e dell'etico. Così oggi, come negli anni ’90, si attaccano con la stessa strategia di delegittimazione le piccole Banche Popolari e del Territorio per poterle spolpare dei loro patrimoni e spostarli verso i grandi gruppi internazionali sempre alla ricerca di nuove risorse finanziarie su cui mettere le mani per evitare l'implosione. Ma le difficoltà dell'economia mondiale hanno messo in evidenza le aberrazioni di un sistema che non poteva più sopravvivere. Di fatto le banche, nonostante fossero diventate private, hanno sempre potuto contare sul sostegno pubblico e sopratutto sul vecchio sistema legislativo secondo cui i depositi erano tutelati e garantiti dallo Stato. Una condizione che aveva senso quando il sistema era per lo più pubblico, ma non certo oggi in cui le banche sono diventate società per azioni. Anzi, si può dire che le banche abbiano vissuto fin troppo di rendita contando sul fatto che i guadagni fossero "privati" mentre le perdite potessero essere pubbliche. Oggi le cose sono cambiate e con il bail-in nessuno potrà più affidare i propri risparmi alle banche, piccole o grandi che siano, pensando che i soldi, in fondo, sono al sicuro perché la "banca" appartiene ad una sorta di sistema para-statale. Le cose non stanno così: da oggi in poi le banche, se gestiranno male i risparmi che vengono loro affidati, potranno chiedere il conto ai risparmiatori che hanno comprato le loro azioni od obbligazioni e finanche ai correntisti che hanno depositi sopra i 100 mila euro. Si perfeziona così la definitiva separazione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato e le banche - è bene ribadirlo - sono private.

Le banche sono come tutte le altre società e investire i propri soldi in esse e affidare loro i propri risparmi comporta un rischio. E qui si apre il vero punto politico di tutta la questione, un punto che non si può più rimandare, pena la complicità dello Stato e di chi ha responsabilità di Governo in eventuali nuovi fallimenti. Il punto dirimente è il seguente: se le banche sono società private e se affidare i propri soldi ad esse in talune circostanze può essere rischioso, perché il cittadino è obbligato dallo Stato ad avere un conto corrente e a utilizzare queste società private per le proprie transazioni economiche?
Lo Stato sanziona qualunque cittadino effettui operazioni in contanti sopra i 999 euro, obbliga a veicolare i propri emolumenti e pagamenti tramite conto corrente e impone di fatto agli individui di affidare le proprie somme agli Istituiti di credito dovendo pagare per questo servizio costi sempre più elevati e senza avere più nemmeno la soddisfazione di ricevere gli interessi. Non solo, ogni cittadino rischia l'accusa di riciclaggio se malauguratamente l'Agenzia delle Entrare dovesse scoprire un gruzzolo custodito sotto il suo materasso.
Tutto questo non è giusto. Se lo Stato ci obbliga a mettere i soldi in banca, ha il dovere di tutelarci. Dunque nei fatti manca un Istituto di credito pubblico che abbia l'obbligo di salvaguardare i risparmi, così come previsto dalla nostra Costituzione e che si impegni a raccogliere il risparmio indirizzando gli impieghi a scopi pubblici (acquisto titoli di Stato) e di sostegno all'economia reale e non alla speculazione finanziaria. Se sono stati fatti alcuni errori in passato con la gestione pubblica delle banche, questo non deve significare che non si possa cambiare restituendo onorabilità ed etica alla gestione pubblica del risparmio.
Certo la decisione se sia un maggiore rischio fidarsi dello Stato o dei privati rientrerebbe nella discrezione di ciascuno, ma un'alternativa è obbligatoria se si vogliono mantenere i vincoli attuali. Il crack delle quattro note banche italiane ha fatto emergere tutte le contraddizioni di una trasformazione del sistema creditizio italiano che portava con sè, già dal suo esordio, il tarlo della speculazione e dell'abuso. Oggi gli italiani hanno il diritto di vedere tutelati i propri risparmi senza ambiguità. Non siamo mai stati un popolo di speculatori, bensì di risparmiatori. Quindi abbiamo diritto di poterci sentire al sicuro nell'affidare il frutto del nostro lavoro a chi si assume l'obbligo di garantirci che quei soldi sono al sicuro e questa sicurezza ce la deve fornire lo Stato, nessun altro.
    Le proposte:
    1) Creiamo un Istituto pubblico per il credito e il risparmio.
    2) Pretendiamo che il Governo prenda immediati provvedimenti per garantire i risparmiatori presso le banche private, imponendo la costituzione di un Fondo di Garanzia interbancario capiente ed adeguato all'effettiva raccolta presso la Banca d'Italia.
    3) Introduciamo l'obbligo per le banche di scrivere in evidenza, come sui pacchetti di sigarette, la dicitura "titoli ad alto rischio" su tutti i contratti di prodotti non tradizionali.
    4) Ritorniamo ad acquistare i titoli di Stato chiedendo, come già scritto in un nostro emendamento alla Legge di Stabilità, la riduzione della tassazione al 6,5% e maggiori interessi dallo 0,25% fino all'1% rispetto ai tassi pagati agli investitori stranieri, sopratutto banche.
    Evitiamo di perdere tempo con inutili discussioni o commissioni di inchiesta che in Italia non hanno mai portato a nulla e cominciamo da quattro cose ben precise e chiare, per salvaguardare e difendere i nostri risparmiatori e l'interesse di tutto il Paese. (Di questi temi ho parlato nel mio ultimo libro “Eurokrazia: le origini e la via d’uscita”, disponibile in formato eBook al link: http://armandosiri.it/eurokrazia-%E2%80%93-le-origini-e-la-di-uscita).

Armando Siri (Responsabile Economico e Formazione - Noi con Salvini)

(fonte: Affaritaliani.it.    Armando Siri)