L’Italia deve riconquistare l’industria perduta.

Domenica, 24 Luglio, 2016
l'Industria italiana deve modificarsi- Armando Siri

L’Italia deve riconquistare l’industria perduta.

Di Armando Siri.

De-industrializzazione e lobotomizzazione di massa hanno sottratto al nostro Paese il ruolo di leadership conquistato negli anni '80.

Molti commentatori e analisti oggi discutono su quanto sia opportuno rimanere in Europa o uscire dall'Europa, conservare la moneta unica o lasciarsela alle spalle. L'Europa non è più un tabù e questo è un bene. Ma cosa facciamo, chiudiamo la stalla quando i buoi sono scappati?

Parlarne è certo già una conquista considerato che fino a poco tempo fa Europa ed Euro erano considerati tabù. Ma la disquisizione purtroppo non può essere marginalizzata a pura ideologia o esaurita in una discussione da talk show. Prima ancora della moneta, che rappresenta solo una proiezione simbolica del potere d’acquisto e di scambio per qualunque economia organizzata, occorre capire se esistono ancora quelle condizioni che ci hanno consentito nel passato nonostante la “liretta” di essere tra i primi sette paesi più industrializzati del mondo. E se quelle condizioni non ci sono, com’è noto,  occorre ripristinarle se vogliamo davvero tornare ad avere delle chance reali di competitività come sistema Paese.

L'Italia ha perso in meno di dieci anni 10 punti di PIL e via via ci siamo ridotti a mera piattaforma di servizi, tra l'altro sempre meno competitivi considerata la concorrenza dei Paesi emergenti come India e Cina.

Del Paese che negli anni ’80 poteva sedere ai tavoli che contavano a livello mondiale nonostante la sua politica bislacca, nonostante una moneta fluttuante, nonostante tutto, oggi purtroppo non esiste quasi più nulla. Dal 1992 in poi è iniziato un processo di delegittimazione del nostro Sistema Paese che ha creato le condizioni affinché fossero messi sul mercato e svenduti con la complicità di una classe politica debole e mediocre i "gioielli industriali" che la nostra Comunità aveva realizzato a partire dalla fine dell'800 grazie ai sacrifici di tutto un popolo.

La Politica in Italia fino alla fine degli anni '80 aveva un potere che non aveva pari in quasi nessun altro paese al mondo. Lo Stato controllava le banche (e nessuno ha mai perso un soldo), controllava le assicurazioni, l'energia elettrica e il petrolio, le telecomunicazioni, l'industria automobilistica, la rete ferroviaria, le autostrade, i porti, gli aeroporti, la principale industria alimentare, la siderurgia, la metallurgia, l'industria aerospaziale, la cantieristica navale, le Poste e il risparmio, l'informatica, la microelettronica, l'editoria, la chimica e molti altri settori strategici. Un potere enorme, che era stato utilizzato sicuramente anche per fini elettorali, ma che aveva garantito stabilità e crescita e questo rappresenta un dato incontrovertibile, nonostante qualcuno cerchi ancora di falsare immoralmente la verità sostenendo che l'origine del debito pubblico sia stata causata dai politici di quel tempo. È vero, il debito pubblico era stato creato ma, a differenza di quello che si è accumulato dal 2002 a oggi, aveva una contropartita in lavoro, produzione, consumi e crescita del PIL. I tassi erano più alti, ma lo erano anche i rendimenti. Gli interessi sui prestiti erano a due cifre, ma i Bot si compravano a 9 milioni e un anno dopo se ne incassavano 10. Oggi il denaro non costa nulla, ma nessuno lo eroga. Che economia è mai questa?

Chi ha voluto insistere nell'utilizzare il debito come unico valore di riferimento per valutare lo stato di salute del nostro Paese ha commesso un falso ideologico arrecando grave danno alla nostra economia. Tutto ciò è potuto accadere solo sfruttando l'ingenuità di un popolo che non poteva certo conoscere la realtà delle cose nel loro insieme e l'ignavia di alcuni politici e commentatori pubblici. Si è detto agli italiani che avevano un forte debito, ma non si è raccontato loro che avevano anche un enorme credito. Un risparmio privato che è più del doppio del debito e un patrimonio che ne vale almeno il triplo.

In fondo noi tutti abbiamo costruito il nostro futuro su un debito. Pensate solo a tutti quelli che si sono comprati la casa. È vero che avevano un debito, ma possedevano per pari importo e forse maggiore, grazie al trend di crescita e rivalutazione, la casa. Ma il vero valore dell'Italia però, ancor più del patrimonio immobiliare, era la nostra industria: Alfa Romeo, Italsider, Banca Nazionale del Lavoro, Banca Commerciale, Credito Italiano, STET, Autostrade, SME, Finsider, e molte altre industrie prima sono state spezzettate (il famoso “spezzatino”) e poi svendute a pezzi sul mercato come se si trattasse di capi di abbigliamento usati. Quello era il nostro più grande patrimonio. La prima tranche di privatizzazioni l'ha portata a compimento Romano Prodi che dell'Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu Presidente già con aspirazioni privatistiche, ma che trovò lo sbarramento dell'allora capo del Governo Bettino Craxi. Fu nella seconda metà degli anni '90, fatto fuori politicamente Craxi, che il progetto poté realizzarsi.

Poi seguirono altre ondate minori se così si può dire, fino a quelle dell'ultima epoca renziana con la cessione di parte di Cassa Depositi e Prestiti e Ansaldo Sts e Breda (costruzione e progettazione treni e logistica).

Abbiamo consentito, e come popolo dobbiamo assumercene in parte la responsabilità perché siamo gli azionisti del nostro Paese, che la nostra industria venisse completamente smantellata e acquistata in parte da soggetti economici italiani che li hanno poi rivenduti con plusvalenze colossali e in parte da soggetti stranieri che hanno poi o chiuso gli asset per evitare la concorrenza con le loro imprese che facevano lo stesso business, oppure delocalizzato all'estero. Tutte le operazioni sono - guarda caso - avvenute con l’intermediazione di banche d’affari straniere che hanno intascato consulenze per ben 2 miliardi di euro.

Chi ha cercato di difendere gli interessi della nazione è stato letteralmente piallato, massacrato e ridotto ai minimi termini. Dai poteri forti brutti e cattivi? No. Dalle piazze piene di gente infuriata con le monetine in mano, cui piaceva avere qualcuno al quale poter sputare addosso senza rendersi conto che quello sputo alla fine gli sarebbe tornato indietro in faccia. Ah, quante piazze periodicamente si riempiono secondo le esigenze! Basta suonare il flauto magico e i topolini si allineano tutti. E se non è il flauto è la tromba che suona la carica dell'onestà, del viola o dell'arancione. Chissà di che colore era la piazza che gridò: “Barabba”.

Così grazie all'utile collaborazione delle piazze armate di odio e rancore il Paese si è impoverito gradualmente, preparandosi a diventare parte integrante di quel processo di unificazione europea che se fosse avvenuto con un'Italia carica di asset industriali così importanti avrebbe creato un forte sbilanciamento a sfavore degli altri partner, e questo non era certo ammissibile.

Nel frattempo, non contenti di aver declassato il nostro Paese a mera piattaforma di servizi con l'incombenza imminente di un competitor come la Cina, la nostra classe politica (e non intendo solo chi sta al Governo) unitamente ai grandi intellettuali, pensatori e opinion leader certificati, per alimentare lo spirito autopunitivo della nazione ha cominciato a infierire anche sull'altro pilastro della nostra economia: la piccola e media impresa. Così oggi l'artigiano italiano che fabbrica le fibbie per le cinture e che ha sempre fornito i nostri grandi marchi della moda a tre euro al pezzo, è costretto a scendere a due euro. Se accetta il nuovo prezzo bene, altrimenti il cliente si rivolge ai cinesi. A questa richiesta magari ha dovuto cedere per stare in piedi e tirare avanti l'attività, ad altre ha detto no e ha perso il cliente perché non riusciva a stare nei costi di gestione e produzione.

Da noi non è come in Cina. Le tasse sono alte, la burocrazia è mostruosa, la giustizia civile ha tempi biblici, i lavoratori hanno le ferie, i permessi, la malattia, il congedo, la maternità, i riposi, gli straordinari. Tutta questa civiltà ha un costo. Così il nostro artigiano che dava lavoro a 20 operai e fatturava 2 milioni e mezzo l'anno oggi ne fattura poco meno di 700 mila. Gli operai sono scesi a 6 e gli utili non ci sono più da almeno 4 anni. Abbiamo 14 persone che non sono riuscite a re-impiegarsi nello stesso settore potendo continuare il loro mestiere e molti di essi oggi sono precari. Così lo Stato incassa meno tasse da questa azienda, meno tasse dai lavoratori e allo stesso tempo sostiene i costi sociali degli ammortizzatori con un PIL che è sempre più debole e un'economia sommersa di sopravvivenza con numeri da capogiro.

Nel frattempo le grandi aziende della moda italiana, che d’italiano non hanno ormai quasi nulla se non il nome (salvo rare encomiabili eccezioni), continuano a sfruttare il valore del "Made in Italy" che è stimato in tre triliardi di dollari e danno lavoro alle aziende terziste del terzo mondo - anche se noi preferiamo chiamarle economie emergenti - e "impiccano" i nostri artigiani imponendo costi di produzione insostenibili per lo standard del nostro Paese. I loro utili sono alle stelle, ma le tasse le pagano in qualche paese in cui sono un terzo di quelle italiane.

Di esempi come questi possiamo farne a decine di migliaia. Un intero trattato potrebbe essere scritto sullo scempio fatto della nostra filiera di marchi alimentari finiti in mano di multinazionali francesi. Li hanno rilevati perché sono più bravi? No, semplicemente sono arrivati quando le nostre aziende erano in ginocchio a causa di tasse, burocrazia e stretta dei crediti e loro, al contrario, hanno potuto contare su banche che li hanno sostenuti.

Le nostre piccole aziende metalmeccaniche sono costrette a delocalizzare nei Paesi dell'Est Europa, dove esiste la Flat Tax che permette di mantenere competitività nella produzione, mentre la maggior parte di quelli che hanno provato a restare in Italia hanno portato i libri in tribunale.  Molti degli operai, ora disoccupati, spesso lavorano in nero e gli imprenditori sono diventati dipendenti o consulenti di qualche gruppo più grande.

Gli allevatori di maiali della pianura padana hanno chiuso le stalle e importano i maiali dalla Germania e dall'Olanda, perché ormai costa meno che allevarli in Italia se si fa il solito conto di tutte le pretese e gli adempimenti che richiede questo Paese. Il produttore di prosciutto che compra i maiali deve vendere a un prezzo competitivo. I maiali nostrani sono più buoni e di maggior qualità? Pazienza.

La Sicilia, che era il granaio d'Europa, è ai margini delle classifiche per produttività e reddito, come del resto tutto il meridione d'Italia, e ancora si discute se sia il caso che i 30 milioni di container che passano ogni anno dal Canale di Suez verso il nord Europa debbano transitare per l'Italia oppure continuare ad andare a Gibilterra e poi a Rotterdam e Anversa.

La nostra meccanica di precisione, che ci ha visto tra i primi tre Paesi al mondo per esportazione, è stata surclassata dai tedeschi e dagli americani che hanno ingaggiato i nostri ingegneri con la scusa di salvarli dal baratro in cui sarebbe sprofondato il nostro Paese. Così i macchinari per intagliare e lavorare il legno, che erano Made in Italy in tutto il mondo, sono piano piano spariti sostituiti dalla tecnologia tedesca creata da italiani.

Resistono i freni a disco e poche altre eccellenze. Ma fino a quando? Qualunque imprenditore con cui parli è in procinto di vendere l'azienda oppure di liquidarla. Tutti sono d'accordo sul fatto che non ci sia più futuro, opportunità e mercato. Fanno finta di niente solo quelli che riescono ancora a esportare, ma sono una minima parte e prima o poi anche loro saranno travolti dal vortice insostenibile di questa folle globalizzazione. Loro pensano che per essere competitivi basti puntare sull'innovazione, ma non è così purtroppo. La verità è che per essere competitivi dovremmo rinunciare alle conquiste sociali e civili che abbiamo raggiunto. Dovremmo essere disposti a rinunciare ai nostri standard di vita: solo così possiamo competere con i cinesi che lavorano 365 giorni l'anno 20 ore al giorno e non spendono un centesimo nei nostri supermercati.

Abbiamo aperto la partita dello scambio commerciale a giocatori che non rispettano le nostre regole e così siamo perdenti in partenza. Nella depressione globale la qualità conta, ma ancora di più il prezzo. Perché gli affari si fanno grazie alla competitività sul prezzo in tempi di recessione economica. È vero, le nostre aziende che puntano sulla qualità conservano fette di mercato, ma è un mercato piccolo e non c'è posto per tutti.

Il settore delle costruzioni è in ginocchio non perché non sappiamo costruire ponti, strade, case, alberghi ma perché il prezzo lo fa la manodopera e l'operaio bergamasco non lo puoi trattare come quello marocchino o srilankese o pakistano. Chi lavora meglio? Non c'è dubbio che l'artigiano bergamasco esegua a opera d'arte la sua mansione, ma alla fine anche il sultano del più ricco emirato guarda il conto economico. Il mosaico del suo albergo non sarà perfetto ma troverà il modo di far cadere l'occhio dei visitatori su qualche lampadario dorato un po' kitsch. In Italia, dove ancora la qualità farebbe la differenza se non altro per cultura, è tutto fermo. Siamo in piena stagnazione. Le banche non erogano denaro nonostante si siano riempite i forzieri con il QE della BCE. Peccato che poi 12 milioni tra imprese e famiglie non abbiano il merito creditizio a causa dei parametri assurdi dei protocolli di Basilea. È bastato che il cliente abbia pagato in ritardo la fattura sul castelletto di fido, o aver pagato in ritardo la rata del mutuo, o che sia tornata indietro una ricevuta bancaria per far sì che la banca abbia chiuso i rubinetti. Così ci sono decine di cantieri pignorati, clienti che non possono comprare, aziende che non possono pagare e falliscono e intermediari che si indebitano per pagare le imposte comunque dovute allo Stato per pagare sempre più sussidi di disoccupazione e assistenza.

Eppure ci fu un tempo in cui la nostra piccola e media impresa era il motore pulsante di un Paese che cresceva a ritmi eccezionali, e non era solo “pizza e mafia” come la famosa copertina del Der Spiegel voleva far credere al mondo ma, al contrario, aveva ingegno, senso del sacrificio e un'impareggiabile creatività.

Un Paese che non solo cresceva, ma risparmiava arrivando ad accumulare oltre 4.500 miliardi di euro.

L'Italia era arrivata negli anni '80 a un livello espansivo tale da aver surclassato tutti i competitor europei, Germania in testa. La nostra bilancia dei pagamenti era in forte attivo a differenza di quella tedesca che era invece in forte passivo. Oggi è il contrario. La Germania ci vende le sue automobili, ma non compra parimenti nostri prodotti, superando costantemente da 10 anni il limite del surplus commerciale che il trattato di Maastricht aveva stabilito entro il limiti del 6%.

Ma come è potuto accedere tutto questo?

Sul finire degli anni '80 abbiamo cominciato a perdere la bussola e la testa. Ci siamo fatti infarcire la mente di slogan, di show televisivi, di vacanze a buon mercato, di ponti lunghi e di nuove festività, un'euforia che ci ha ipnotizzato facendoci smarrire la strada.

Abbiamo a un certo punto dimenticato che se eravamo arrivati fino a lì era stato grazie ai sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri e madri e che se qualcuno non avesse proseguito con vigore una condotta almeno simile di serietà, di impegno e di lavoro prima o poi tutto sarebbe crollato. Qualcuno ha pensato di vivere di rendita oppure di poter avere un lavoro dove in realtà non si lavorava ma "si andava in ufficio". Abbiamo rimpinzato le nuove generazioni di ogni ben di Dio, li abbiamo sollevati da ogni responsabilità, da ogni contatto con la realtà, da ogni preoccupazione. Se una volta il cibo era una benedizione per cui pregare, a un certo punto la preghiera l’abbiamo rivolta ai nostri figli affinché mangiassero. E poi via via il giubbotto alla moda, il motorino, i soldi per la discoteca, le vacanze, l'università. Ogni sacrificio doveva essere fatto. Ma per cosa l'abbiamo fatto? Per mandare milioni di giovani all'università, perché abbiamo creduto fosse un “lavorificio” e invece poi si è rivelato solo un “diplomificio” dove quasi mai c'è stato spazio per il pensiero ma sempre di più per la credenza. Ascolto, ripeto, e replico è stato il motto. Ben diverso dal Penso, Conosco e Creo che aveva ispirato, seppur analfabete, le generazioni precedenti. Il pensiero è stato confuso con l'uniformarsi al sapere accademico, la conoscenza ha ceduto il passo alla ripetizione mnemonica di nozioni prive di esperienza viva, e la creazione è stata scambiata con il ripetere cose uguali.

L'obiettivo era solo quello di prendere "un pezzo di carta", perché imparare un mestiere non era più di moda. Così abbiamo prodotto milioni giovani con un pezzo di carta, ma senza mestiere.

Qualcuno obietterà dicendo che i tempi cambiano. Sì è vero, ma chi li fa cambiare se non noi? Siamo noi che cambiamo il tempo assecondando i nostri bisogni e i nostri capricci, e  talvolta il nostro istinto autodistruttivo.

Tutti gli ingegneri che si sono laureati volevano fare davvero quel mestiere o l’hanno scelto perché gli avrebbe dato uno sbocco? E tutti i medici, avvocati, specialisti di marketing e di ogni genere di corso di laurea i cui nomi si sprecano, volevano davvero fare quel lavoro o volevano semplicemente un lavoro? Come si fa a spingere i giovani a dedicare cinque anni della propria esistenza a studiare solo per ottenere un lavoro in futuro? Lo studio è utile se esiste lo stimolo e la passione che lo alimenta, non solo il contatore di esami per poter poi andare in giro con il curriculum (vuoto) ad elemosinare un posto. Il lavoro non è far durare la fatica (labor) ma è realizzazione della propria esistenza. Un'attività che non ti stanca mai e che è generata da una passione. Quella passione che a un certo punto non è più stata trasmessa dalle famiglie, dai padri ai figli, dalle madri alle figlie. Siamo tutti dottori e gli infermieri sono rumeni e se hai bisogno di cucire una cerniera dei pantaloni o hai la fortuna di avere la nonna a casa, oppure vai dal cinese.

Siamo tutti avvocati, ma nelle stalle a girare le forme del Parmigiano Reggiano di cui tanto ci vantiamo ci sono schiere di indiani. Non sottopagati, si badi bene! Pagati il giusto come da contratto di lavoro collettivo. Ma qual è il giovane italiano che vuole lavorare in un caseificio o in una stalla? La televisione ha detto che sei figo solo se sei vestito alla moda, se hai studiato, se hai l'ultimo modello dello smartphone e parli inglese. Se l'italiano non lo sai, non importa. Tanto non si usa quasi più. Non importa se non guadagni una lira, ti mantiene papà e parli a gesti. Quindi perché mai dovrei andare a lavorare in una stalla, in una bottega, in un qualunque posto della filiera delle produzioni che ci sono rimaste?  Dalla conceria ai lanifici, dai campi alla metalmeccanica, abbiamo ceduto lo spazio ad altri.

Insieme alla grande recessione economica che stiamo vivendo, le cui responsabilità sono collettive, dobbiamo aggiungere la crisi più profonda di un intero popolo, della sua cultura e delle sue tradizioni.  Oggi la vera difficoltà delle nostre nuove generazioni è la mancanza di passione e la forza di combattere per ottenere la propria realizzazione. Abbiamo creato la generazione del "boh". Che cosa vuoi fare? "Boh"!

E questi devono competere con la schiera d’immigrati che già sono integrati nel nostro Paese e con quelli che stanno arrivando a frotte?

Non ce la faranno se andiamo avanti di questo passo.

In economia prevale sempre il soddisfacimento dei bisogni e mai quello della visione, del buon senso e della cultura. Così se il parrucchiere cinese costa 10 euro ed è aperto anche la domenica vado da lui visto che mio marito è in cassa integrazione. Una volta c'era la figlia più giovane della vicina di casa che si sarebbe poi aperta un'attività, ma nel frattempo lavorava in casa all'equivalente degli stessi dieci euro. Ma oggi: “Figuriamoci se mia figlia può fare la parrucchiera!”

Il ristorante cinese che fa cucina italiana e che importa molti dei suoi prodotti da una rete parallela che evita il pagamento di Iva e dazi doganali, non solo è sempre aperto anche quando sta per chiudere, ma ovviamente fa il prezzo migliore. Così tu che arrivi affamato ti siedi al suo tavolo, il cibo non sarà granché ma il prezzo è buono e di questi tempi è quello che conta. Il ristoratore italiano ormai è rimasto solo, nessuno della famiglia lo aiuta, i dipendenti allo scoccare dell'orario timbrano e vanno a fare l'aperitivo, la domenica lavorano mal volentieri così se arrivi affamato cinque minuti prima dell’orario di chiusura è costretto a dirti “mi spiace, ma stiamo chiudendo”. Poi l'indomani arriva l’Asl, la finanza e l'ispettorato del lavoro e non ha nessuno intorno che gli dia solidarietà. I cinesi sono una famiglia, lui è da solo. Dai cinesi non va nessuno a controllare, da lui invece arrivano un mese sì e un mese no. E quando interrogheranno il giovane italiano al quale ha dato la possibilità di quel lavoro, a lui non fregherà niente del ristoratore e dei suoi sacrifici, delle sue tasse, dei suoi mutui e dei suoi problemi. Se potrà, dirà anche che non gli paga gli straordinari o che effettivamente svolge mansioni che non sono le sue. Una bella causa di lavoro per incassare qualche spicciolo in più e tirare avanti altri sei mesi con la disoccupazione. Il ristoratore forse fallirà da lì a poco, ma per il Jobs Act c'è un occupato in più.

Non si può fare di tutta l'erba un fascio, certo. La maggior parte dei nostri ragazzi sono volenterosi, appassionati e rispettosi. Me lo auguro.  Anche in questo caso non si può generalizzare. Guardatevi attorno, ma fatelo soprattutto voi giovani verso i vostri coetanei, osservate e se potete, indignatevi di fronte al cameriere che sbuffa e vi lancia il piatto sul tavolo, alla commessa che vi chiude la porta del negozio ai meno cinque, al barista che invece di farvi pagare alla cassa chiacchiera con i colleghi, al vigile che sta al cellulare, mentre sotto i suoi occhi un tizio urina all'angolo della strada.

Il Paese cambia se noi cambiamo. È inutile questa rincorsa dei politici a venirvi dietro assecondando le vostre lamentele per prendere voti. Non è la politica che può cambiare il Paese da sola, ma lo possiamo fare solo noi con i nostri comportamenti quotidiani. Noi dobbiamo essere l'esempio del cambiamento che chiediamo agli altri. Non possiamo chiedere alla politica di essere migliore di quanto non siamo noi, perché la politica non è altro che il nostro riflesso. Non si tratta di essere perfetti. Nessuno lo è, ma almeno di provare a fare uno sforzo, un po' di autocritica costruttiva. Un Paese in queste condizioni non può farcela.

Abbiamo dismesso l'industria e abbiamo trasformato la nostra economia in servizi per quelli che invece la fanno nel terzo mondo, stiamo distruggendo la piccola e media impresa, abbiamo costruito nella testa delle nuove generazioni un'idea di Paese e di esistenza completamente distorta. Come possiamo pensare che i nostri giovani siano competitivi solamente perché parlano l'inglese?

Dobbiamo tornare a lavorare su cose concrete, dobbiamo invertire il processo d’impoverimento industriale riappropriandoci degli asset strategici perduti.

Oggi si parla di crisi del sistema bancario e non si vuole ammettere che delle banche, fino ad oggi, si sono privatizzati i profitti e si sono socializzate le perdite. Le banche private vogliono stare in piedi con i soldi pubblici, ma non vogliono che a controllarle sia lo Stato. Così migliaia di risparmiatori perdono i loro risparmi e si ritrovano sul lastrico e i manager restano impuniti, solo perché a differenza dei politici non hanno bisogno del voto di nessuno e la giustizia fa il suo corso sempre troppo tardi. Che cosa significa dare soldi alle Banche per ricapitalizzarne i bilanci, se non nazionalizzarle? Eppure manca il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, solo in ossequio all'ennesimo tabù.

Il tempo corre e stiamo ancora discutendo se sfruttare o meno la nostra posizione geografica al centro del Mediterraneo ed essere la naturale cerniera di collegamento con il Nord Europa per il transito delle merci, delle materie prime e dei semi lavorati con l'Estremo Oriente, il Medio Oriente e l'Africa. Dobbiamo fare un grande piano di investimento per l'adeguamento infrastrutturale e la logistica delle reti viarie, ferrovie, porti e aeroporti.

Lo Stato nell'interesse del popolo italiano deve intervenire per sanare la situazione dei nostri asset in difficoltà e nazionalizzarli con lo spirito della proprietà pubblica, ma la gestione privatistica ed efficiente.

Serve un nuovo IRI capace di raccogliere tutti i nostri settori strategici e dar loro nuovo vigore e competitività. Serve il rilancio del credito alle piccole e medie imprese e il blocco di ogni concorrenza sleale. Serve urgentemente la riforma fiscale e l'introduzione della Flat Tax per poter dare slancio ai consumi interni.

Lo Stato non ha come fine il profitto, ma la coesione sociale. Questo è il momento di intervenire per far sì che questa missione si realizzi prima che avvenga l'irreparabile.

Occorre che l’UE cessi di esistere come ente normativo sovranazionale e torni a essere solo uno spazio economico condiviso e non un monolito che violenta la nostra struttura economica con norme e vincoli che la penalizzano a favore di altri.

Allo stesso tempo serve il coraggio di mettere mano alla giustizia civile. Non dobbiamo solo adattarci agli standard europei, ma dobbiamo superarli in efficienza. Dobbiamo essere capaci di definire un tempo massimo di risoluzione delle controversie che possa essere davvero competitivo. Per fare tutto questo e molto altro ancora di cui il nostro Paese ha bisogno, occorre ritrovare la bussola, la strada che abbiamo lasciato per seguire Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Non possiamo più raccontarci bugie come Pinocchio, che per non vedere oltre il proprio naso lo allungava.

Serve una nuova stagione per sognare e pensare in grande, occorre fiducia ma, prima ancora che nelle Istituzioni, in noi stessi. La politica non sono solo "i politici", ma sono soprattutto tutti i cittadini che hanno voglia di capire e di documentarsi, senza ripetere a pappagallo le cose sentite dalla TV.

Non sono per niente dell'idea che ci voglia meno politica, anzi è arrivato il tempo in cui ci vuole più politica. Quella vera, appassionata, di alto livello che sappia rimettere in campo idee, progetti, competenza umana e scientifica e le visioni capaci di fornire ciò che oggi manca di più: la fiducia nel futuro.

Armando Siri