La fine dell’ideologismo fiscale

Giovedì, 10 Luglio, 2014

L’imposta, come dice la parola stessa, è il pagamento di un contributo che lo Stato impone a ciascun cittadino per far fronte al fabbisogno necessario a garantire i servizi pubblici che una certa comunità in un determinato tempo ritiene essenziali e irrinunciabili.
Sarebbe bello poter giungere ad un livello di consapevolezza tale per cui questa imposizione si trasformi in una fiera contribuzione per raggiungere tale comune obiettivo.

Tuttavia, con il passare del tempo la richiesta dello Stato si è moltiplicata e i servizi erogati sono diminuiti. C’è chi sostiene che questo sia avvenuto a causa di coloro che non hanno fatto la propria parte. In particolare le categorie di lavoratori autonomi, le quali non hanno un reddito assicurato ma devono riuscire a procurarselo di anno in anno, e sulle quali quindi lo Stato non può ottenere la garanzia di un importo preciso di contribuzione.
Il rischio è l’elemento principale del lavoro autonomo, e in molti casi ha premiato con un maggior guadagno coloro i quali l’hanno affrontato. A questo introito tuttavia occorre sottrarre una parte sempre maggiore da destinare allo Stato per effetto del sistema di tassazione progressiva a scaglioni di reddito. Dunque, psicologicamente, in molti di questi soggetti è scattato un meccanismo di rivalsa contro ciò che viene ancora ritenuta un’ingiustizia. Di cosa si tratta?

Il pensiero è più o meno questo: io comincio un lavoro, ci metto il mio impegno senza un orario determinato, ci metto le risorse economiche per organizzarlo e solo se sarò capace (e anche un po’ fortunato) potrò avere i risultati. Ma nessuno, tantomeno lo Stato, mi garantisce nulla. Anzi, a fronte di questo rischio lo Stato mi chiede, nel caso in cui io fossi bravo e le cose andassero bene, un contributo maggiore. Non solo: tramite la sua rete amministrativa, mi pone una serie sempre più ampia di adempimenti, burocrazia e controlli, quasi a voler ostacolare questo mio progetto.

Se ci pensate, è un atteggiamento del tutto assurdo che nasconde quasi una sindrome autodistruttiva di sistema. Che risultato ha  ottenuto lo Stato con questo atteggiamento? Che moltissimi di questi soggetti hanno reagito cercando di sottrarsi, anche qui a proprio rischio, al pagamento di una parte (e in qualche caso, una buona parte) delle imposte.
Quella che generalmente viene chiamata “evasione” riguarda però solo in minima percentuale le grandi realtà industriali: essa è più diffusamente il risultato della condotta di un ampio ceto medio produttivo del Paese che ha reagito ad una pretesa ritenuta ingiusta. E oggi questa condizione si è pesantemente estesa anche al lavoro dipendente definito “sommerso”. Per capirci, parliamo di colui che lavora per sopravvivere senza essere regolarmente assunto, e quindi naturalmente senza contribuire.

Cos’è dunque giusto o sbagliato in questo ambito? Ognuno avrà il suo punto di vista.
Solitamente, lo scontro è tra due tipi di soggetti:

  • il dipendente regolare, che non può sottrarsi all’ingiustizia della tassazione, ma a cui è comunque garantito un reddito, e non trova ostacoli amministrativi da parte dello Stato nello svolgimento della propria attività;
  • il lavoratore autonomo che invece, come abbiamo visto, può avere determinate caratteristiche (dico “può avere” perché non tutti reagiscono necessariamente allo stesso modo, pur ritenendo ingiusta la propria condizione).

La prima categoria guarda alla seconda come la responsabile di tutti i mali fiscali, la seconda accusa la prima di insensibilità e la sfida a trovarsi nelle proprie condizioni per provare l’altra parte del cielo lavorativo. Il più delle volte, ormai, questo scontro assomiglia ad una guerra fra poveri ed entrambe le categorie per fortuna stanno cominciando a smetterla di azzuffarsi tra loro, rivolgendo il proprio sguardo a chi, forse,  ha interesse nel fatto che questa lotta fratricida continui. Colui che ha creato le condizioni di questa frattura. Lo Stato.

La classe media, generalmente formata da liberi professionisti e piccoli imprenditori, è ormai ridotta ai minimi termini; coloro i quali godevano di opportunità di impiego presso questo settore, non solo vedono sfumare le offerte di lavoro, ma in molti casi hanno perso tutto quello che avevano.
Tirando le somme: è giusto che tutti partecipino al fabbisogno dello Stato, ma a patto che questo contributo sia proporzionale al proprio reddito e non progressivo, e soprattutto abbia un’aliquota chiara e uguale per tutti.

Punire e spremere all’inverosimile chi produce ricchezza e lavoro si è sempre rivelato nella storia un tragico errore. D’altro canto però non ci si può certo rifare del mancato bottino mettendo le mani in tasca ai dipendenti prima che percepiscano il loro stipendio. Il sostituto d’imposta fatto passare come un’agevolazione è invece anch’essa un’estorsione, contro la quale tuttavia nessuna sensazione di ingiustizia può porre rimedio. Di fronte a questa situazione appare davvero più che mai inutile continuare a parlare di evasori se non si ammette che lo Stato ha fallito il suo sistema di tassazione. Occorre cambiare drasticamente il sistema fiscale e solo allora si potrà fieramente affermare anche con i fatti che ciascuno paga volentieri per il fabbisogno e l’erogazione dei servizi essenziali.

Armando Siri