Le infrastrutture per rilanciare il Sud

Venerdì, 5 Febbraio, 2016
il sud ha bisogno di infrastrutture

La Questione meridionale è strutturalmente legata al tema dei Trasporti e della Logistica per la semplice ragione che un Paese come l’Italia, privo di materie prime, con un’Agricoltura fortemente penalizzata da normative europee a dir poco punitive per settori che rappresentano i capisaldi delle nostre produzioni, un Paese nel quale Ricerca & Sviluppo sono bloccati dalle carenze del sistema scolastico e universitario, rallentato da un digitaldivide che ci pone nelle posizioni di coda tra i Paesi industrializzati, non può che affidare le proprie speranze di crescita in quel 20% di valore aggiunto – rappresentato da Trasporti e Logistica - che contribuisce a determinare il prezzo di un bene.

Oggi ci troviamo con un Centronord nel quale infrastrutture, mobilità e, in conseguenza, economia sono adeguate agli standard dei Paesi europei più competitivi e un Mezzogiorno tragicamente marginalizzato, soprattutto nella sua parte più meridionale. Un Mezzogiorno che – sia ben chiaro – non stenta a partire, come il Governo e la stampa nazionale tentano di farci credere ma è nell’assoluta impossibilità di frenare il proprio progressivo degrado. Tutti gli studiosi che si sono occupati del funzionamento dell’Economia in quest’epoca sono concordi nell’affermare il legame strettissimo che c’è tra il ritardo economico di un territorio e il suo isolamento da quelli che sono i centri motore dello sviluppo. Dove per isolamento non si intende soltanto la distanza ma soprattutto il tempo necessario per spostare persone e merci da un luogo all’altro.

La Commissione Trasporti dell’Ue ha riconosciuto (bontà sua) il ruolo naturale che l’Italia può occupare nell’ambito euro-mediterraneo, dei 10 Corridoi che fanno parte della Rete centrale, infatti, ben 4 passano per il nostro Paese: il nr. 1, Baltico-Adriatico, che da Helsinki arriva a Ravenna; il nr. 3, detto Corridoio Mediterraneo, che da Algeciras arriva a Budapest passando per Torino, Milano e Venezia; il nr. 5 Helsinki-La Valletta, che altro non è che l’ex Corridoio nr. 1, il vecchio Berlino-Palermo, la cui parte meridionale comprendeva il Ponte sullo Stretto di Messina, ferocemente ostacolato dalla sinistra radicale che in esso non vedeva una straordinaria infrastruttura che avrebbe contribuito al rilancio del Sud ma solo un simbolo che non doveva certo essere attribuito a Berlusconi. Infine, c’era il Corridoio nr. 6, Genova Rotterdam, per il quale è in via di realizzazione – pur tra mille difficoltà – il Terzo Valico dei Giovi. Alcune tratte di questi Corridoi, soprattutto a Nord, sono già state realizzate, altre mancano completamente, principalmente a Sud. È la stessa Ue, infatti, ad avere calcolato che, se le merci in arrivo e in partenza da e per l’Europa, provenienti dal Far East, dall’Africa e dal Mar Nero, seguissero i percorsi più brevi, l’economia europea ne trarrebbe consistenti benefici e l’inquinamento da ossido di carbonio si ridurrebbe di ben il 50%. A questo dato si aggiunge la vera e propria assurdità per la quale quasi il 70% dei prodotti finiti, dei semilavorati e delle materie prime provenienti dall’Estremo Oriente arrivano nelle regioni settentrionali italiane dopo essere passate per le mani dei grandi competitor della nostra industria manifatturiera.

Va detto che un corridoio trasportistico non è soltanto una grande infrastruttura che trasporta persone e merci su gomma e su ferro, ma è anche un formidabile distributore di ricchezza lungo i territori attraversati. Quale migliore occasione, quindi, di affrontare radicalmente la Questione meridionale e accorciare la supply chain – in entrata e in uscita – della principale colonna portante dell’economia italiana, quella piccola e media industria di trasformazione che compete eroicamente con i colossi tedeschi avvantaggiati da un sistema Paese e da una rete logistica straordinariamente più efficienti?

Cosa hanno fatto invece i Governi Monti e successivi? Hanno disatteso le indicazioni di quella Ue che torna comoda quando in suo nome si devono chiedere nuovi sacrifici ma non si sfrutta per riportare a casa almeno i contributi che lo Stato versa ogni anno sotto forma di progetti per lo sviluppo. Cosi è stata interrotta la realizzazione della rete ferroviaria ad AV/AC all’altezza di Salerno e si sta procedendo a rilento nell’adeguamento delle infrastrutture anche nel resto del Paese. Col risultato di isolare le regioni dell’estremo Sud e rallentare la ripresa di quelle settentrionali. Realizzare il Terzo Valico dei Giovi, la Variante di Valico, la Torino-Lione non può essere disgiunto dalla costruzione – in temi altrettanto brevi - dell’AV/AC ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria e tra Napoli e Taranto. È in quella direzione che dobbiamo guardare se non vogliamo restare il fanalino di coda di un’Europa per la quale, volente o nolente, è l’intera Italia a essere Meridione.

(fonte Il Sole 24 Ore   Armando Siri)