Una banca pubblica dei risparmiatori italiani. Così è possibile battere la paura di un bail-in

Venerdì, 12 Febbraio, 2016

Con l'entrata in vigore del bail­-in lo Stato  non può esimersi dal garantire quei risparmiatori che non hanno  intenzione di speculare sul proprio denaro, ma pretendono che almeno in banca sia  al  sicuro. 

Il  nostro sistema impone di fatto  alla  maggioranza degli italiani di usufruire di un conto corrente per  effetto delle leggi  sul  riciclaggio e il divieto delle  transazioni in contanti sopra i 1.000 euro. Leggi che hanno un costo  per i cittadini. Per  non  parlare della  prassi  imposta  a dipendenti e pensionati che,  ancor  prima delle leggi  di limitazione sulle transazioni in contanti, sono stati  costretti a ricevere stipendio e pensione sul conto corrente. Sono dunque centinaia  di migliaia i cittadini che non  avevano un  conto e hanno dovuto aprirlo facendo  ingrassare le banche con balzelli e spese. 

Alla luce di quanto successo con il dissesto delle quattro banche italiane, i cittadini hanno ancora  meno  fiducia negli  istituti di credito. Se a ciò si aggiungono le recenti  norme sul bail-in,  lo Stato ha l'obbligo, se vuole  mantenere invariato il quadro normativa, di creare un Istituto Pubblico di Credito e  Risparmio. Sarebbe una banca  abilitata a raccogliere il risparmio degli  italiani, a effettuare solo  operazioni  garantite dallo Stato e a destinare una parte  delle  risorse agli  impieghi a sostegno di mutui  immobiliari e micro  impresa.

Dovrebbe essere questa banca  a siglare un accordo con  Cdp  per iniziative rivolte allo  sviluppo economico e sociale della nazione, e non  Poste Italiane, un ibrido societario dove  gli utili  si distribuiscono al mercato, mentre le eventuali perdite le paga lo Stato. Troppo comodo. Creare  un istituto pubblico di risparmio con  caratteristiche operative snelle  non significa tornare al monopolio pubblico  nel settore del credito, però  oggi  i cittadini hanno diritto a poter fare  una scelta.  D'altro canto gli  istituti privati  non possono agire in barba a qualsiasi etica professionale, come  per  esempio hanno  fatto  i funzionari di Banca  Etruria, che hanno  piazzato titoli ad alto rischio nel portafoglio di pensionati e risparmiatori inconsapevoli. Le banche  dovrebbero avere l'obbligo di indicare in modo inequivocabile il grado di rischio su ogni contratto di sottoscrizione di titoli. Sarà compito della Banca d'Italia stilare  una lista con i titoli commercializzati indicando  il grado di rischio e imponendo alla Banca la dicitura sui contratti.

Dovrebbe poi  essere costituito un fondo interbancario presso Bankitalia fra  tutti gli  istituti privati  in concorrenza tra di loro pro-quota, a seconda dell' ammontare della raccolta di ciascuno e capace di coprire le ripercussioni di un eventuale dissesto di  uno  o più  banche. Un  fondo che poi potrà rivalersi sugli  asset positivi delle stesse banche come accaduto per le newco dei quattro istituti finiti  in dissesto.

Infine  un capitolo va destinato al mercato  dei titoli di Stato. La Bce ha deciso di acquistare sul mercato primario una quantità di debito degli  Stati, ma  una  grossa fetta è ancora in  «pancia» a soggetti finanziari stranieri che  possono determinare un nuovo 2011 da un momento all'altro. Non dimentichiamo  che chi vendeva  il debito italiano in quel  momento era  la Deutsche Bank, che  aveva  nel frattempo incamerato molti titoli di Stato  italiani.

Su questo  punto occorre, come  abbiamo proposto in un emendamento alla legge  di Stabilità, una  modifica normativa  sulla  gestione delle  aste  di collocamento del  nuovo  debito: non più del 10% dovrebbe essere acquistato da  soggetti stranieri. Il restante potrà  essere  collocato presso  gli investitori istituzionali nazionali e il pubblico indistinto, i quali  dovranno però  godere di un'ulteriore agevolazione fiscale riducendo l'aliquota della ritenuta dal 12,50 al 6,50% e ottenendo un maggior tasso di interesse, in una forbice tra lo 0,25 e l'1% rispetto ai titoli collocati all'estero.

I titoli destinati al mercato nazionale non  potranno essere  poi oggetto di contrattazioni verso  l'estero, ma  solo  verso  il mercato interno.  L'Italia vanta  più  di  4 mila miliardi di  risparmio  privato e può  permettersi di  acquistare il debito nazionale senza  ricorrere al mercato straniero.  E a chi  dice che  l'acquisto del  nostro debito  da parte  del  mercato estero rappresenti un segnale di fiducia nell'Italia, ricordo che oggi sono soprattutto gli  italiani che  debbono tornare ad avere fiducia nel Paese. Queste sono alcune proposte utili a un confronto fra quelle forze politiche che  abbiano la volontà di trovare una soluzione coraggiosa allo stato immunosoppressivo in cui  versa  la  povera, ma non  ancora sconfitta, Italia.

(fonte: MilanoFinanza.it  Armando Siri)