Uno Stato che fonda le sue ragioni economiche imponendo vita natural durante il pagamento di un'imposta sulla proprietà non può considerarsi uno Stato giusto

Giovedì, 15 Giugno, 2017

Tutte le "imposte" sul possesso nascono da una volontà ideologica di punire la "ricchezza" patrimoniale degli individui, i quali si presumeva fino a 50 anni fa l'avessero accumulata in danno di altri. 
In particolare coloro delle classi sociali meno abbienti, degli operai delle fabbriche (che ancora funzionavano) o dei lavoratori delle campagne (che ancora le coltivavano). Con il passare del tempo però la casa di proprietà è diventata una conquista di tutti, "ricchi" e meno ricchi. Più dell'80% degli italiani è infatti proprietario di almeno un immobile. Un traguardo raggiunto non senza sacrifici e rinunce.
Nel frattempo le fabbriche hanno chiuso, la UE ci ha imposto di non coltivare la terra in cambio di sussidi, molti giovani lavoratori sono per lo più precari e senza diritto di accedere ad un mutuo e i genitori che aspettavano la "liquidazione" per aiutare i figli con l'anticipo in banca, si sono ritrovati a doverla impegnare per far fronte ai debiti accumulati nel frattempo per aiutare figli finiti in cassa integrazione, generi e nipoti senza lavoro. Le cose cambiano. 
E i ricchi? Beh, su 40 milioni di contribuenti (se vogliamo considerare "ricco" un individuo che ha un reddito lordo di 100 mila euro) nel nostro Paese ne sono rimasti in tutto 300 mila. 
Tra questi ci saranno i proprietari di seconda casa, sicuramente. Ma la seconda casa non è necessariamente una villa al mare con piscina. Può essere un cascinale in campagna fatiscente, un monolocale nella periferia di una città di provincia, così come un fondo nel centro storico del paesino dove da tempo hanno chiuso tutti i negozi. 
La seconda casa, il box, il negozio, per lo più sfitti - come ricorda Giorgio Spaziani Testa, Presidente di #Confedilizia - sono tutt'ora ostaggio dell'imposta dello Stato che, se una volta la giustificava sul piano ideologico perché la "ricchezza" andava punita, adesso che di ricchi non ce ne sono quasi più la giustifica con la necessità di far quadrare i conti a causa del Debito Pubblico. Ovviamente un debito che qualcuno ci racconta che abbiamo accumulato perché abbiamo vissuto sopra alle nostre possibilità, non certo perché abbiamo consegnato lo Stato ai Mercati facendo schizzare gli interessi sui nostri titoli pubblici a partire dal 1981. Ma questa è un'altra storia. 
Torniamo alla seconda casa. 
Il principio che deve valere è quello che la proprietà, qualunque proprietà, non può essere oggetto di una gabella imposta dallo Stato che già all'atto dell'acquisto ha incassato l'imposta di registro e/o l’IVA. 
Ciò che è mio, è mio di diritto e non può essere soggetto ad ulteriore tassazione, vale per la casa prima o seconda che sia, vale per il televisore, vale per l'automobile, per il camioncino con cui lavoro, vale per tutto ciò che è mio perché l'ho pagato.
Uno Stato che fonda le sue ragioni economiche imponendo vita natural durante il pagamento di un'imposta sulla proprietà non può considerarsi uno Stato giusto. Basti pensare che in media due generazioni ripagano con le imposte il valore dell'immobile allo Stato. 
Certo, si tratterebbe di rinunciare ad una cifra enorme come 20 miliardi di euro non facile da rimpiazzare considerata la stagnazione economica. Allora che fare? 
Si potrebbe cominciare con la diminuzione di un 50% di Imu ancora in vigore e Tasi per gli immobili, particolarmente per i condominii, che ristrutturano le facciate e/o migliorano il decoro, ovvero puntano sull'efficientamento energetico. Uno sconto che potrebbe essere valido per 10 anni, tempo coincidente alle detrazioni fiscali per la riqualificazione. Questo darebbe un risultato positivo per chi è disponibile ad investire, per i Comuni che migliorerebbero il decoro generale, per le categorie di settore, per l'incremento del lavoro, per la rivalutazione degli immobili stessi. 
Se da una parte dobbiamo rinunciare a qualche miliardo, dall'altra abbiamo l'opportunità concreta di far ripartire un settore, quello dell'edilizia la cui lunga crisi ha portato danni molto maggiori alla nostra economia. 
Bisogna sapere scommettere nella ripresa e il primo a farlo deve essere lo Stato facendo la sua parte, non con l'elemosina o l'assistenza, ma lasciando circolare risorse nel tessuto economico e produttivo del Paese.
Se i soldi nelle casse pubbliche non arriveranno più dall'imposta sulla casa, arriveranno di sicuro dai nuovi cantieri, dai nuovi occupati, dai nuovi investimenti, dai nuovi acquisti di abitazioni e locali commerciali o industriali. 
Va fatto un tentativo. 
Aggiungo infine che la cedolare secca deve essere estesa anche ai locali commerciali e ad uso ufficio e l'imposta deve essere azzerata nel caso di morosità da parte dell’inquilino. Resta inteso che l'imposta la si dovrebbe pagare sui redditi effettivi e quindi solo sui canoni percepiti e non su immobili sfitti.